
Al nostro concittadino Ippolito Nievo è dedicato il più antico Liceo Scientifico della città in via Barbarigo. Nient’altro. Eppure è considerato uno dei Padovani più illustri del nostro ‘800, patriota, garibaldino e scrittore. Era nato il 30 novembre del 1831 in via Santa Eufemia, poco lontano dagli Ospedali, nel palazzo Querini-Mocenigo edificato nientemeno che dal Palladio sulle rovine della chiesa di Santa Eufemia,
come si può ben arguire dal singolare campanile, tuttora esistente, ristrutturato in mini appartamenti, come appare nella foto.
Ebbe una vita breve (morì a soli trent’anni) ma intensa, dovendo cambiare spesso città, sia per seguire il padre che era un Magistrato, sia per le travagliate vicende politiche di quei tempi prossimi al 1848 cui anch’egli non mancò di partecipare. In quell’anno fatale, infatti, contro il potere dispotico dei sovrani scoppiarono rivoluzioni e ribellioni in quasi tutte le capitali europee. E Padova fu una delle prime città italiane a dare il via ai moti del ’48 proprio l’8 febbraio di quell’anno (oggi festa delle matricole) giornata in cui, studenti e cittadini si ribellarono all’ennesimo atto di arroganza degli Austriaci durante un funerale, dando vita a quel primo moto di rivolta che anticipò le 5 giornate di Milano. Per le strade vennero posti picchetti armati, si sparò attorno al Bo’ con morti e feriti e un proiettile finì contro una parete della sala bianca del Pedrocchi dove tuttora si può vedere, incorniciato come una reliquia. Fu un momento di grande confusione tant’è che ancora oggi, nel parlare comune, quando succede un parapiglia, si dice che è successo un ‘48.
Ippolito è giovane studente a Verona, poi a Mantova e infine a Cremona dove consegue la licenza liceale e diventa fervente mazziniano dalle idee repubblicane. Incomincia a scrivere ogni sorta di opuscoli e libelli e pagherà spesso con la prigione questa sua volontà di indipendenza dagli Austriaci e voglia di unità dell’Italia. Si iscrive alla facoltà di Legge a Pavia ma è qui a Padova, nella sua città natale, che si laurea e fa il suo praticantato presso lo studio di un notaio, anche se capisce subito che questa carriera non fa per lui. La sua grande passione, infatti, è la scrittura: cronista, pubblicista, novelliere, romanziere, dagli anni ‘50 in poi è tutto un susseguirsi di articoli per i giornali, di novelle, di commedie, di scritti storici e politici, fino alla stesura del romanzo che lo renderà famoso:”Le confessioni di un Italiano”, trasmesso dalla Rai nel 1960 con uno sceneggiato intitolato “La Pisana”, una delle protagoniste del romanzo.
Nel 1859 lo troviamo fra i “Cacciatori delle Alpi” di Giuseppe Garibaldi e l’anno seguente volontario alla “Spedizione dei Mille” col numero 690, dove si distingue per il valore e la capacità organizzativa tanto da essere promosso colonnello.
Nella primavera del 1861 riceve da Garibaldi in persona l’incarico di riportare nel “Continente” denaro e documenti amministrativi della spedizione in Sicilia, in pratica i registri dei finanziamenti ricevuti e i costi dell’impresa ma il misterioso naufragio del piroscafo “Ercole”, sul quale era imbarcato, stende ancora oggi un velo di mistero su tutta la vicenda. Era il 5 di marzo e la proclamazione del Regno d’Italia, per cui tanto aveva lottato, si farà il 17 di quello stesso anno.
C’è chi dice che si sia trattato di un vero e proprio sabotaggio ordito dall’Inghilterra che non voleva far sapere all’Europa di aver finanziato in gran segreto Garibaldi contro i Borboni e contro re Ferdinando II, reo di volersi affrancare dalla intrigante tutela britannica in Sicilia e nel Mediterraneo. Resta il fatto che tutte le persone imbarcate, 78 fra camicie rosse ed equipaggio, s’inabissarono nel mare del golfo di Napoli, al largo di punta Campanella, senza lasciare la pur minima traccia e non a caso qualche storico arriva a parlare della prima strage di Stato rimasta irrisolta.
Ma torniamo al suo romanzo più conosciuto “Le confessioni di un Italiano”. Inizialmente esso aveva come titolo “Le confessioni di un ottuagenario”, dovuto al percorso a ritroso che compie il protagonista Carlino, ormai ottantenne, nel raccontare la sua vita trascorsa a cavallo di due secoli, prima da Veneziano, poi da suddito austriaco del Lombardo-Veneto e infine da Italiano. Come ben si può intuire è tutto un intrecciarsi di vicende storiche e politiche assai complicate, dalla caduta di Venezia per mano di Napoleone, alla Restaurazione di Vienna, ai moti rivoluzionari del ‘48, al nascere dell’unità d’Italia.
E’ il romanzo di un patriota del Risorgimento che scrive per i giovani dell’Italia di domani, perché non vadano perduti quei valori morali su cui si fonda la tempra di una nazione. Un po’ come farà De Amicis, vent’anni dopo, con il libro “Cuore”. Ed è per questi suoi alti ideali di amor di Patria che Ippolito Nievo meriterebbe maggiore considerazione da parte dei suoi concittadini Padovani.
Nella piazzetta adiacente Palazzo Querini-Mocenigo, dove nacque, si trova la lapide dettata dal Fogazzaro:
”In queste case dei Querini / Ippolito Nievo / nacque il 30 novembre 1831 / ai canti / alla gloria / agli abissi del mare”.
Curiosità storica
Cento anni dopo la morte di Ippolito il suo pronipote Stanislao Nievo ha tentato invano, in dieci anni di ricerche, di far luce sulla misteriosa morte dello zio con il libro:”Il prato in fondo al mare” vincitore del premio Campiello 1975